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Napoli, Milinkovic-Savic: "Ho iniziato da attaccante, ho il tiro più forte al mondo"

Alessia BartiromoDaAlessia Bartiromo, Redattore
Pubblicato: 09:51, 22 gen 2026Aggiornato: 10:03, 22 gen 2026
Il portiere del club azzurro si racconta in una lunga intervista, svelando numerosi aneddoti

Numeri incredibili tra parate, assist vincenti, costruzione del basso e rigori parati. Eppure, non ha iniziato la sua carriera da estremo difensore, bensì da attaccante. Il portiere del Napoli Vanja Milinkovic-Savic si racconta in una lunga intervista su Dazn, svelando numerosi retroscena della sua carriera, della famiglia e del percorso partenopeo, suonando la carica in vista del big match di domenica pomeriggio a Torino contro la Juventus.

Napoli, Milinkovic-Savic si racconta tra passato, azzurri e la sfida alla Juve

“Ho una grande voglia di vincere al Napoli, siamo qui per questo. Non gioco se non voglio vincere, qualsiasi cosa faccia nella vita voglio ottenere il massimo. Anche quando avrò dei figli, non lascerò mai vincere nemmeno loro. Io devo vincere, a tutti i costi. In realtà non sono nato per parare ma per fare gol. Ero un bravo attaccante, un bomber che non vi immaginate. Credo di avere tutt'oggi il tiro più forte al mondo! Mi giravo e calciavo ma non passavo mai la palla, ero troppo egoista. Vedevo solo la porta, volevo essere io a fare gol. Il calcio poi è cambiato e tra scatti e corse ho deciso di cambiare e andare in porta, lì si corre di meno”, dichiara.

"Mio fratello Sergej all'Al-Hilal? Sì, gli manca l’Italia e torna spesso, fa parte delle sue abitudini. Confermo, contro di me non ha mai segnato e non lo farà mai! Ci ha provato, un paio di volte ma quando c'è lui mi carico ancora di più. Si tratta di una cosa tra fratelli, di una sfida da quando siamo piccoli. Se mi dovesse far gol, il giorno dopo non dormirei. Il mio numero di maglia? Da ragazzino il mio portiere preferito era Abbiati e aveva il 32. Io ero piccolo ed eravamo in Serbia quando il Vojvodina giocò una partita contro l’Atletico Madrid, quando Abbiati giocava lì. Poter vedere dal vivo l’Atletico, in Serbia, era un sogno: da lì è diventato il mio vero mito", conclude.

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